Dei dubbi, delle certezze, della crisi e della crescita.

Dopo aver affrontato il tema dello stile di coaching con Federico Galassi, Stefano Leli e Gabriele Lana durante la cena pre-IAD 2010 e risollecitato da un recente, recentissimo thread della mailing list SIAgile, in cui la discussione avviata da Pino riguardo i pattern SOLID ci ha portato a discutere di crescita personale, evangelizzazione, didattica costruttiva, didattica distruttiva, regole e principi ho pensato di scrivere qualcosa su questo sempre più avaro blog. Alla fine ruota tutto attorno alla questione: è utile imparare a seguire regole ed affermarle e riaffermarle in seno ad un percorso (auto)didattico? In questo post intenderò mostrarti perché a mio avviso la risposta sia un SOLIDo[1] “sì”.

Qualche analogia

Ancor più che il mio solito, stavolta partirò davvero da lontano; prima qualche analogia, poi piano piano mi avvicinerò al nucleo dell’argomentazione. Spero tu possa seguirmi senza annoiarti. Un minimo di diluizione in più sarà il prezzo che pagherai insieme a me per ottenere, spero, più chiarezza.

La crisi e la crescita nell’arte

Picasso - Chitarra

Picasso - Chitarra

Chiunque abbia avuto l’ardire di buttarsi completamente digiuno a capofitto nell’arte contemporanea conosce quella sensazione di rifiuto un tantino impregnata di arroganza: “questo lo sapevo fare anche io”. Quella sensazione ha origine dalla constatazione di un significato molto profondo, ma apparentemente oscuro, racchiuso in un involucro apparentemente molto facile se non addirittura rozzo. Insomma, se mi presenti un ammasso di quadratini dipinti e mi dici che è una chitarra, io ti dico che una chitarra c’è chi la fa molto meglio. Picasso e altri autori degli ultimi 100 anni sono soggetti a commenti di questo tipo, mentre Caravaggio gode di consenso virtualmente universale.

Caravaggio - Concerto di giovani

Caravaggio - Concerto di giovani

Quello che si ignora con decisamente troppa facilità quando il senso comune si affaccia al mondo di Picasso e stenta ad accettarlo, è che un grande pittore come lui non è mai tale se ignora superficialmente il vincolo del realismo. Un grande pittore contemporaneo può – e sottolineo puòtrascendere il vincolo del realismo, bucarne la barriera per portare lo spettatore in una zona di espressività che noi nerd chiameremmo augmented. Per fare un esempio della cui primitività chiedo scusa a tutti, alla mia prof di storia dell’arte in primis, qui

Scienza e Carità

Picasso - Scienza e Carità

vediamo come il giovane Picasso fosse in grado di dipingere perfettamente in uno stile molto più prossimo al realismo. Anche Gauguin, uno degli impressionisti più noti, vanta dei precedenti giovanili molto molto vicini al realismo di Caravaggio e Velazquez.

Ma non devo perdere di vista il punto cui voglio arrivare. Di questa parentesi artistica si trattenga solo questo concetto: fermo restando che un pittore avrà molte più possibilità di espressione se saprà dotarsi degli strumenti e delle tecniche “classiche”, il fatto stesso che un Picasso abbia deciso di abbandonarne buona parte, per crearne altre, ci suggerisce e dimostra come le prime non fossero sufficienti ai suoi scopi espressivi. Bene, abbiamo un primo fatto.

La crisi e la crescita nella scienza

Se ti sembra troppo aereo, vago, improprio, fricchettone l’argomento sostenuto fin qui, forse qui troverai l’argomento che cerchi.

Albert Einstein

Albert Einstein

Einstein ha pubblicato 3 articoli fondamentali nel 1905: uno sulla relatività, uno sull’effetto fotoelettrico e uno sul moto browniano. Secondo te per quale delle tre teorie gli è stato conferito il premio Nobel?

Molto sono convinti che il prodotto più dirompente del pensiero di Einstein sia stato quello della Relatività, mentre in realtà Einstein avviò, senza nemmeno desiderarlo, una profonda rivoluzione del pensiero scientifico con la scoperta dell’effetto fotoelettrico, rivoluzione profonda al punto di non essere ancora per nulla assorbita dal senso comune più di 100 anni dopo.

In sostanza e brevemente, solo per rendere il mio discorso più chiaro, con la spiegazione dell’effetto fotoelettrico (secondo cui bla bla bla) Einstein ha dato il la alla slavina scientifica che ha portato Bohr e Eisenberg, fra gli altri, a impostare le basi per la meccanica quantistica, disciplina che a dispetto delle innumerevoli conferme sperimentali ha completamente trasceso, bucato la barriera dell’intuitività, mostrando come il senso comune sia insufficiente a spiegare la realtà perfino nelle percezioni apparentemente più ovvie. Tra le altre novità, nella fisica quantistica il concetto di probabilità non è più legato all’ignoranza dell’osservatore, ma costituente essenziale della struttura del mondo.

La teoria della Relatività invece accoglie la fisica newtoniana determinista e ne sposta avanti il confine. Potremmo dire che la generalizza, non uscendo quindi dal solco già impostato dal grande scienziato inglese, sebbene certamente regalando all’umanità nuovi strumenti di immensa potenza analitica.

Ovviamente non è questa la sede per approfondire questo pur interessantissimo tema, né ne posso vantare le competenze per permettermelo, ma qui basti solo considerare lo scenario venutosi a creare, articolato in tre punti:

  1. La fisica newtoniana, già superata dalla teoria della Relatività, è completamente sovvertita dalla fisica quantistica.
  2. La fisica relativistica è il massimo punto della fisica classica, dove il determinismo regna incontrastato.
  3. La fisica quantistica, confermata dagli esperimenti e – non mi sembra un dettaglio – impiegata a scopi industriali, nega realtà intuitive e fa dell’intero Universo uno scenario *non* deterministico.

Stabilendo un primo ponte con l’argomento precedente, potremmo dire che la fisica di Galileo e Newton sta a Giotto come Einstein sta a Caravaggio, come Bohr sta a Picasso. Questi paralleli ci portano finalmente al nocciolo del mio post.

La didattica e il coaching agile

Troviamo normale che nella scuola venga insegnata la fisica newtoniana sebbene completamente inadeguata ad abilitare i cervelli degli studenti alle sfide scientifiche non dei nostri giorni, ma ormai persino di 80-100 anni. Troviamo altrettanto normale che le metodologie agili e anche tutto ciò che viene e verrà dopo lo sviluppo agile sia preteso dalle persone meno esperte di chi da anni è sulla breccia della disciplina? Dai discorsi in giro per mailing list e user group sembra di sì. Troviamo infine ammissibile che una persona sulla breccia della disciplina 10-15 anni fa possa oggi – e sottolineo possa – essere soggetto a nuove pressioni culturali, legate all’evoluzione della disciplina stessa, analogamente a come Einstein fu spinto ai margini della rivoluzione quantistica dalle sue ostinate convinzioni classiciste? Dai discorsi in giro per mailing list e user group sembra di no.

Shu Ha Ri

Nel contesto dei metodi agili si prendono spesso in prestito dalle arti marziali i tre stadi della maestria: Shu, Ha e Ri.

Shu – Segui la regola

Nello stato Shu l’allievo applica pedissequamente le tecniche senza modifiche e addirittura, nei casi più estremi, senza neppure porsi domande sulla vera ragione dietro alle tecniche stesse. La fase metti la cera, togli la cera di Daniel-san per intenderci. Nell’agile le regole abbondano e molte servono soprattutto nella fase iniziale della vita di un team per spezzare abitudini e routine precostituite e date per scontate nella quotidianeità. Quando per esempio il buon Pino decide di seguire ferree regole per scrivere i metodi di una classe, sta esattamente cercando di sollecitare in modo brutale ma comunque virtuoso le sue capacità di progettazione del software.

Ha – Vìola la regola

Nello stato Ha l’allievo ne sa abbastanza da poter suggerire agli altri allievi modi di avanzare nel loro percorso e l’individualità può emergere sulla base delle forti fondamenta costruite nella fase Shu. Per capirci: imparati per bene i kata (toh guarda, questa parola la conosco già!), il nostro Karate Kid può affrontare anche avversari reali in torneo, abbandonando necessariamente – pena la sconfitta – la rigida schematicità dei kata stessi. Il Manifesto Agile non è prescrittivo e anche il più campanilista degli autori dei testi “classici” dell’agile concordano tutti sulla necessità di ritagliare i metodi sulle proprie realtà. Purché questo avvenga a valle della fase Shu! Insomma Einstein conosceva la fisica di Newton molto bene!

Ri – Sii la regola

Nello stato Ri l’allievo non pensa più alle regole, ma le usa tutte implicitamente, comprese quelle inventate di sana pianta, per perseguire il suo obiettivo. Se mi consenti di abbandonare qui il karate di Miyagi e Daniel-san, Bruce Lee inventando il Jeet Kune Do non dimenticava affatto il suo buon vecchio kung-fu, ma si consentiva la libertà di reimpostarlo a piacimento in virtù di una nuova definizione di valore (toh guarda, anche questa parola mi sembra di averla già vista!): non più la ricerca filosofica per se, non più l’autodifesa o l’attacco, ma la spettacolarità cinematografica. Un team agile “in Ri” può decidere di integrare tecniche per nulla agili come un Gantt chart e abbandonarne di agilisssssssssime come il test automatico se, ma solo se, il valore del software consegnato ne godrà di vantaggi reali.

Teaching, coaching, advising

Ad ognuna di queste fasi cognitive è ovviamente associata una fase (auto)didattica del coach. Lyssa Adkins nel suo Coaching agile teams le individua così: teaching, coaching e advising.

Teaching

In questa fase il coach decide il come si faranno le cose. Come persona la cui conoscenza di modi migliori di lavorare è riconosciuta, il coach trasmette esplicitamente al team pratiche e principi, le prime per definire cosa fare, i secondi per definire perché. Un po’ come dire: “queste pratiche funzionano, tutto il resto è un intralcio“. Una volta padroneggiate le pratiche ed i principi la transizione allo stato Ha avviene naturalmente.

Coaching

In questa fase il coach allenta la presa sul team e può farlo nella misura in cui nella fase di teaching ha ben innestato le pratiche e i principi agili. I team in genere tendono a questa fase con troppo fretta e dovere del coach è quello di ripristinare la fase di teaching qualora necessario. In una solida fase Ha il team ha colto i valori agili e li sa perseguire con un generico approccio di ispezione ed adattamento. Un po’ come dire: “sapete perché questo modo di lavorare funziona? Quindi sapete anche perché quest’altro modo di lavorare che proponete funzionerà anche meglio?“.

Advising

In questa fase il coach ha a che fare con un team maturo in cui sia il successo che il fallimento sono momenti gestiti correttamente ed in autonomia. Così auto-organizzato, auto-monitorato e auto-correttivo, il team non ha più bisogno di un coach e serve solo che se ne renda conto. Per completare questa transizione il coach affronterà una transizione completa al ruolo di consigliere (advisor) fornendo più domande che risposte. Un po’ come dire: “in effetti potrebbe funzionare: provate e mi fate sapere come va?“.

Ovviamente gli stati Shu, Ha e Ri coesistono in un team e così coesisteranno gli stili di coaching. L’abilità del coach starà nel riconoscere la configurazione a chiazze di maestria impronta digitale di ogni team e nel saltare continuamente da uno stile all’altro.

Accogliere il cambiamento. Anche quello altrui.

Fatte tutte queste considerazioni, mi sembra più pacifico riconoscere che non c’è un modo corretto di adottare o rifiutare in toto un compendio di regole e principi. Non solo alcune regole giuste in questo team potrebbero essere inutili in quello; non solo lo stesso team potrebbe non avere più bisogno di un set di regole dopo anni di serena adozione; non solo lo stesso set di regole potrebbe essere valido temporaneamente in senso didattico anche se non corretto in senso assoluto (quello della conoscenza non è un campo vettoriale conservativo). Quello che mi riterrei fortunato di far emergere in questo post è l’incontrovertibile dato di fatto che un coach non può pensare di fare il proprio lavoro correttamente se si affida ad uno schema semplice.

Tutte le volte che sento un coach vendere frasi, slogan e soluzioni one-size-fits-all drizzo le orecchie ed il mio sistema immunitario anti-brand (sviluppatissimo, poiché nativo di un mondo in cui i brand sono le linee guida della società) va in allerta. Che senso ha parlare di sviluppo bottom-up, emergente delle competenze se poi neghiamo questo approccio affermando un’unica via maestra, in pieno spirito top-down? Avete mai sentito di un modo corretto e unico di insegnare ad un bambino a camminare? No e sarebbe impossibile.

Da questo derivo un altro paio di corollari. Innanzitutto un coach non può vivere la fase di teaching con l’arroganza indotta dalla sua competenza. Questa arroganza, a volte mascherata da ironia socratica, è più spesso solo sarcasmo. L’ironia socratica è una fase sì dialetticamente distruttiva, ma del preconcetto, non della persona in cui quel preconcetto alberga. Lo stato Shu altrui è già una conquista, umiliarlo, non fa che essere controproducente, allontanando i meno esperti, e danneggia l’intero sistema culturale di qualsiasi disciplina, quella agile compresa.

Il secondo corollario trovo sia ancora più importante, soprattutto nello scenario delle metodologie agili in Italia. Se un coach ama la sua disciplina sinceramente allora la amerà più del proprio successo personale. Se Einstein oggi potesse usare una memoria compact flash basata su tecnologie quantistiche probabilmente avrebbe l’onestà intellettuale di ammettere il proprio errore iniziale. Anzi, probabilmente con rinnovato entusiasmo saprebbe affiancare la ricerca a valle del fatto riconosciuto. È dovere di un coach quindi ambire ad allievi che superino il maestro e a non irriderne i tentativi di transizione dallo stato Ha al loro stato Ri.

Nell’etimologia della parola ‘crisi’ si legge che la parola è vicina al significato di “separazione”. Nella crisi si separa la vittoria dalla sconfitta, la crisi è il momento in cui si decide della vita o della morte del paziente. Se l’agile, vecchio di un decennio e più ormai, è davvero in crisi – ammesso e non concesso peraltro – allora i tentativi di integrarlo e trascenderlo, purché non siano tentativi di evaderne, sono davvero così mal riposti? Kaizen, kanban e muda sono quindi parole che meritano di essere sbeffeggiate solo perché valide anch’esse solo temporaneamente, fino a nuovo ordine, come è sano che sia se si vuole fare Scienza con la ‘S’ maiuscola?

[1] Non ho resistito :-)

December 08 2010 03:41 pm | Esperti

18 Responses to “Dei dubbi, delle certezze, della crisi e della crescita.”

  1. seralf on 08 Dec 2010 at 16:37 #

    Articolo magnifico: certi tipi di digressioni funzionano nella misura in cui non dicono nulla che non sia realmente noto, ma lo esprimono in maniera più chiara. Leggendoti mi si sono chiarite ulteriormente le idee su cose che grossomodo pensavo già, e non è affatto poco, grazie! :-)

  2. Cristiano Rastelli on 08 Dec 2010 at 17:23 #

    Ok, mi hai risposto ;-)

  3. Tweets that mention Dei dubbi, delle certezze, della crisi e della crescita. | Sviluppo Agile -- Topsy.com on 08 Dec 2010 at 19:17 #

    [...] This post was mentioned on Twitter by Jacopo Romei, Jacopo Romei. Jacopo Romei said: [ITA] Un luuuungo post. Se ti va… http://www.sviluppoagile.it/shu-ha-ri-dei-dubbi-delle-certezze-della-crisi-e-della-crescita [...]

  4. xpmatteo on 09 Dec 2010 at 09:54 #

    Jacopo,

    il problema dello schema shu-ha-ri (a parte il fatto che è anch’esso uno schema semplice) è che tutti quanti ci illudiamo di essere pronti a passare a “ri” quando ci manca ancora un gran bel pezzo di “shu”.

  5. Jacopo Romei on 09 Dec 2010 at 10:04 #

    @Matteo Per questo scrivo “I team in genere tendono a questa fase con troppo fretta e dovere del coach è quello di ripristinare la fase di teaching qualora necessario.”. Per giunta: “Lo stato Shu altrui è già una conquista”, il che manifesta il mio apprezzamento per uno stato Shu raffinato. (sono affascinatissimo per esempio dalla destrezza mostrata da Gabriele Lana nei suoi kata [edit: che quindi si traghetta in quel momento in una fase Ha]).

    Lo schema Shu-Ha-Ri è certamente semplice. Come tutti i modelli è sbagliato, come qualche altro modello però è utile talvolta, come è stato utile in questa occasione. Matteo mi insegni tu che certe cose sfuggono il linguaggio e io… nemmeno faccio lo scrittore!!! :-)

  6. Gian on 09 Dec 2010 at 12:53 #

    Complimenti per il post non banale che sento molto vicino come stile e punti di vista.
    E’ importante ogni tanto fermarsi e guardare le cose da “fuori”, non tenendo scontato nulla. Spesso è proprio nei punti di forza, quelli più “luminosi” che si formano le zone d’ombra più grosse. In quei contesti, metodi, gruppi, prassi, contenuti in cui ci sentiamo più a nostro agio, in cui siamo più abili si nasconde il rischio della fuga dal cambiamento, dalla crescita, dalla evoluzione. Spesso non ci rendiamo conto che ci identifichiamo solo con certi livelli mentre è su altri che si gioca il differenziale. Per esempio, ci concentriamo sui contenuti di una discussione mentre è sul piano relazionale che si stanno muovendo le dinamiche salienti.
    Ciò che teniamo scontato è spesso un tabù, una negazione, una difesa se non in certi casi semplice mala fede.
    Per questo spesso si dice che il lavoro psicologico è etico. Non nel senso di morale ma nel senso che si basa sul comandamento interno di una costante ricerca di onestà con se stessi rispetto a ciò che di si capisce e si vuole.
    Si cresce, si evolve ma non si smette mai perché avremo sempre a che fare con qualcosa di più complesso delle nostre capacità, un orizzonte che si sposta sempre in avanti.
    Nelle arti marziali quelli che all’inizio sono esercizi per imparare una tecnica in breve tempo diventano gabbie mentali e corporee, ma solo in pochi arrivano a capirlo. Alla massa non interessa capire veramente, e spesso non sa nemmeno di non sapere. Si affezionano alla cintura nera, a questo o all’altro stile senza che quella scelta sia espressione di una costante ricerca.
    Prevale la difesa della matrice a scapito della ricerca di verità direbbe Morpheus. C’è uno scollamento tra benessere ed etica interna e più passa il tempo più diventa difficile uscire dal circolo vizioso.
    Non solo per il marzialista ma anche per gli istruttori c’è una sfida etica in quanto è forte la tentazione di vendere il “metodo perfetto”, di standardizzarlo (for dummies) e fare tante scuole di bassa qualità. Ma in questo caso è la costante evoluzione e non la marmorea certezza la cosa più importante. Colludere con la tendenza all’entropia della massa è una tentazione antica.
    Chiudo con un richiamo all’arte, un conto è parlare di Picasso o Duchamp in quanto loro uscivano da certi schemi o usavano la società stessa come pennello. Avevano una alterità, una contro parte che ne facilitava l’identità, la riconoscibilità, come un confronto figure sfondo. Si potrebbe dire che un Picasso a suo modo era uno degli ultimi classici. Il difficile viene dopo di loro! Essere all’altezza della libertà espressiva che abbiamo cercato ha reso l’essere artista molto più complesso e articolato di quando c’erano canoni, codici, modelli per quando ingabbianti.
    Quanti sono e vogliono essere all’altezza della vertià e libertà che a parole dicono di cercare? :)

  7. odino on 09 Dec 2010 at 13:14 #

    Ah, l’arroganza… :)

  8. Jacopo Romei on 09 Dec 2010 at 13:36 #

    @Gian “Quanti sono e vogliono essere all’altezza della vertià e libertà che a parole dicono di cercare?” Pochi, pochissimi. Forse nemmeno io quanto vorrei, dannazione. Ci sforziamo… ;-)

  9. odino on 09 Dec 2010 at 14:35 #

    Ma rimane una domanda, a cui, non per ingoranza ma per inesperienza ( ne ho viste e sentite poche ) non so rispondere: credi che al momento attuale viviamo in crisi perchè quanto abbiamo sia effettivamente insufficiente o perchè la pratica dei metodi agili abbia preso la piega sbagliata?

    Credo di conoscere la risposta, ma concedo il beneficio del dubbio ad un argomentazione che potrebbe riconoscere una certa inadeguatezza del metodo.

    Non per scredito, ma per capire meglio dove potremmo “lackare” ( passami il brutto termine ).

  10. Jacopo Romei on 09 Dec 2010 at 16:23 #

    @odino L’adozione dichiarata dei metodi agili è ancora bassa e quella di effettiva qualità ancora bassissima. Basti pensare a quanti team Scrum non sanno (e non si sforzano, tanto per dare il giusto seguito a questo post) creare codice che sappia garantire l’adattabilità promessa da Scrum ad un livello più alto (un caso di mismatch fra sviluppo e management). Credo si possa ottenere di più e che si potrà ottenere di più. Anche se tutto avesse preso la piega sbagliata, questo sarebbe solo un ritardo: prima o poi darwinianamente emergerebbe la piega corretta.

    Trovo più importante stabilire che con ‘la piega corretta’ si intende qualcosa che passa per le regole antiche – comprese quelle nuove che poi diventano antiche, ma poi giunge anche all’innovazione e all’abbandono di ciò che oggi è, ieri era ‘corretto’.

    Voglio dire: non capisco perché la conoscenza dovrebbe essere a compartimenti stagni mutuamente esclusivi.

    1. Non è mica vero che un’idea nuova oggi debba necessariamente falsificare la precedente.
    2. Non è mica vero che un’idea ormai falsa abbia un valore culturale nullo.

  11. Davide 'Folletto' Casali on 12 Dec 2010 at 17:30 #

    Condivido tutto Jacopo, e mi viene da aggiungere un pezzo che mi è stato stimolato dallo scambio fra te e Matteo più sopra.

    Sai molto bene come io sia un semplificatore, cerchi modelli semplici, pratiche intuitive, processi comprensibili.

    La cosa interessante del Shu-ha-ri è che il Shu-ha-ri stesso è uno strumento di comprensione in fase Shu. Ogni fase ha la sua comprensione e la mia sfida continua è quella di fare entrare più persone possibili in Shu (indipendentemente dal campo, in quanto designer per fortuna ho una ampiezza di respiro in questo notevole).

    Per me, in contesti come questo, i concetti semplici sono *fondamentali* perché forniscono le chiavi per una comprensione più approfondita.

    E’ come dire: si continua a spiegare il modello atomico su base planetaria non perché sia corretto – non lo è secondo l’attuale ricerca scientifica – ma perché è semplice da comprendere e manipolare – Shu.

    Una volta che lo studente avesse la necessità o il desiderio di approfondire, è IMPORTANTE che la chiave che è stata usata in fase Shu sia *palesemente ed ovviamente errata* nel momento in cui si scende in profondità.

    Queste chiavi, questi strumenti pedagogico – comunicativi, sono semplificazioni del concetto reale e la loro utilità non risiede nella vicinanza alla verità, ma alla capacità di creare un avvicinamento da uno stato di ignoranza, dove il passo successivo diventi altrettanto ovvio (grazie all’errore intrinseco).

    Per questo, ti ringrazio della schematizzazione Shu-ha-ri, perché mi aiuterà sicuramente in futuro. ;)

  12. Jacopo Romei on 12 Dec 2010 at 17:59 #

    Grazie a te Davide, perché la ricorsività del concetto di Shu-Ha-Ri è davvero una chicca di quelle “ma come ho fatto a non pensarci!”. :-) Grazie ancora.

  13. Gian on 12 Dec 2010 at 19:08 #

    Ottimo spunto Foll :)
    Un principio che rompi il loop e attragga su un’altra “traiettoria” il soggetto ma che sia esplicitamente in sé portatore di un eccesso di semplificazione che tende ad essere autoevidente e abbandonabile nel tempo.

    Se mi permetti un ampliamento critico, uno sul piano teorico del modello e l’altro sulla persona che deve proporlo.

    Modello- Uno degli errori classici in questa fase che tu tratti, non tanto esplicativa ma “attrattiva” del soggetto, è quello di cascare nel eccesso di seduzione e suggestione. Si attrae ma l’eccessivo effetto impattante e spalmato sui codici del soggetto (che dovranno poi subire una modifica) finiscono per diventare un boomergan? Lo diventano per due motivi:
    1. l’eccesso di suggestione crea una aspettativa di vissuto e soddisfazione emotiva che mal si concilia con la difficoltà del percorso di cambiamento e crescita;
    2. l’eccessivo avvicinamento ai codici usuali del soggetto creano l’illusione che si possa evolvere senza cambiare, rischiando di indurre un veloce abbandono o fraintendimento.

    Una delle metafore utilizzabili in questo genere di situazioni è la classica “coperta troppo corta”, tiri da un lato si scopre dall’altro.

    Il punto non è il semplificare di per sé, pur di soddisfare il successo dell’aggancio iniziale, ma creare una assimilabilità e desiderabilità tale del potenziale cambiamento finendo per non innescare nessun cambiamento sostanziale.

    Quindi, ragionando in modo propositivo direi che la prima fase “omogenizzato usa e getta” debba anche avere un’altra caratteristica al suo interno. Un concetto, un principio (virale?) che una volta conosciuto (per quanto superficialmente) metta in discussione internamente il modo di funzionare precedentemente. Inception? :)

    Persona- Ma non basta concentrarci sui processi come se fossero dati di fatto sui quali noi esternamente agiamo come in un laboratorio, tipo ideale manipolatorio ottocentesco di scienza. Quando si trattano questi processi bisogna considerarci parte dell’ecosistema esterno ed interno. Che voglio dire?

    Semplificando molto, molto: la via di fuga di chi offre contenuti di qualità è una difesiva presa di distanza dall’altro ipotetico (invece di migliorare sul come e non solo sul cosa comunicare), mentre chi eccelle o si identifica sulla capacità di comunicare rischia di accontentarsi di essere bravo a piacere, ad ottenere consenso e simpatia abbandonando la sfida del cambiamento. Quanto siamo veramente interessati al cambiamento? Quanto invece il cambiamento è solo un alibi per mettere in atto il nostro bisogno di sentirci migliori e\o di piacere?

    Il concetto di cambiamento è un contenuto, una fantasia, un desiderio potente sui cui si innescano processi non banali. Un pò come il concetto di rivoluzione o di salvezza, saggezza, ecc., ecc..
    Se non rispondiamo a queste domande e ci focalizziamo solo sui processi rischiamo di essere i primi a non cambiare; e non è molto credibile uno che chiede agli altri di cambiare se per primo non si mette lui in gioco con questa logica.
    Se non affrontiamo queste domande rischiamo di ripetere sempre gli stessi errori in base a ciò che ci è più affine, più facile, più comodo.

    Chiedere agli altri di cambiare? No :)
    Cambia tu! (tu ipotetico ovviamente, non dico te :D )

    Solo allora riprendendo in mano concetti stimolanti come shu-ha-ri sapremo quando, come e perché quel cambiamento non è avvunuto nonostante sembrasse tutto costruito a dovere :)

    Quindi, per concludere, “omogenizzato usa e getta con virus” e agente del cambiamento che ha già fatto una buona esperienza di cambiamento a sua volta, che ne dici, ha senso? :)

  14. Gian on 12 Dec 2010 at 20:25 #

    Rileggendo il mio ultimo commento scritto di fretta mi sono reso conto solo ora della orrenda associazione delle parole omogeneizzato e virus. Ovviamente il senso era metaforico ma con le tante belle parole che ci sono in italiano posso fare di meglio :P
    La fase discussa si potrebbe chiamare “cambiamento minimalista con aggancio”, per esempio. Comunque di solito a trovare i titoli è più bravo è Folletto, qualche idea? :)

  15. ema on 12 Dec 2010 at 20:27 #

    @Gian

    la costante garanzia nella nostra attività d’informazione e di propaganda permette innanzitutto la creazione delle direzioni di sviluppo per l’avvenire.

    Così, lo sviluppo continuo delle diverse forme d’attività ostacola l’apprezzamento dell’importanza delle attitudini dei membri delle organizzazioni nei confronti dei propri doveri.

    I principi ideologici superiori ci indicano che la complessità e la collocazione degli studi degli organici presenta un tentativo interessante di verifica delle attitudini dei membri delle organizzazioni nei confronti dei propri doveri.

    Attraverso esperienze ricche e diverse, il nuovo modello dell’attività dell’organizzazione garantisce la partecipazione di un gruppo importante nella formazione delle condizioni finanziarie e amministrative esistenti.

    D’altra parte, la costante garanzia nella nostra attività d’informazione e di propaganda esige la precisione e la determinazione delle direzioni di sviluppo per l’avvenire.

    Così, l’attuale struttura dell’organizzazione determina il processo di ristrutturazione e di modernizzazione delle direzioni di sviluppo per l’avvenire.

    Non è indispensabile argomentare molto il peso e il significato di questi problemi, giacché la complessità e la collocazione degli studi degli organici presenta un tentativo interessante di verifica del sistema della partecipazione generale.

    ;-)

  16. Davide 'Folletto' Casali on 13 Dec 2010 at 01:22 #

    Gian non per altro, credo, ogni processo di cambiamento parte con la persona che dichiara “voglio cambiare”. :)
    In altri termini, è sempre un processo che parte con il primo passo, ma nessuno può spingerti a farlo, solo suggerirlo.

    ~

    E’ che quello che descrivi tu è molto, molto difficile da farsi e quindi è altrettanto raro. Non mi vengono in mente esempi chiari in questo momento di cose che rispondano a tutti i requisiti. Forse i kata citati da Jacopo?

    Il termine che userei è forse: “Modello usa, evolvi e getta”.

    ;)

  17. Gabriele Lana on 13 Dec 2010 at 08:12 #

    @Davide

    Si, i kata rispondono a quel modello, non tanto perchè l’esercizio sia qualcosa d’incompleto, quanto perchè il prodotto reale è il sottoprodotto apparente, ovvero “l’impronta” che l’esercizio ha lasciato nel tuo cervello è lo scopo, non l’artefatto soluzione dell’esercizio stesso, infatti tradizionalmente l’ultimo atto del kata è la cancellazione di ciò che è stato fatto (nei http://www.coderetreat.com/ addirittura si lavora in quanti di tempo tali da rendere impossibile la reale soluzione del problema posto)

    Aggiungo anche che i kata stessi lavorano in tre fasi: soluzione del problema (shu), ripetizione/catalizzazione (ha), esecuzione (ri). Il che sottolinea ancora una volta che stiamo sempre parlando in termini relativi sulla persona e non in termini assoluti, i livelli dela shu-ha-ri in questo caso non sono nient’altro che tappe in un percorso di crescita personale/professionale inifinita (c’è sempre un altro kata)

  18. Franco Lombardo » Blog Archive » L’apostata del TDD on 11 Jan 2011 at 18:30 #

    [...] diffido di chi ha fatto del TDD una religione, o meglio un feticcio. Forse, riprendendo la bella analogia di Jacopo Romei, sono nella fase "Ha – Vìola la regola" del ciclo "Shu-Ha-Ri": sto cercando di mettermi in [...]

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