Lavoro sostenibile. Indefinitamente.

Una delle pratiche primarie dell’Extreme Programming è denominata, nel libro seminale Extreme Programming Explained, energized work. Letteralmente traducibile con lavoro rinvigorito, trovo più felice la traduzione lavoro sostenibile ed è una delle pratiche meno diffuse tra i programmatori, in questo caso spesso senza nemmeno l’alibi del management brutto-e-cattivo. La pratica è banale da descrivere: fatte le tue ore, stacca la spina, torna a casa e fai altro, vivi la tua vita. Distruggerti di lavoro oggi ti impedisce di garantire l’adeguata produttività domani, mancando di rispetto a te stesso, al team e, nei fortunati casi di maggiore autonomia degli sviluppatori, persino al datore di lavoro.

Non esiste alcuna prova che una persona in un team di sviluppo software sia più produttivo lavorando 70-80 ore la settimana invece che 40. Citando Kent Beck

Software development is a game of insight, and insight comes to the prepared, rested, relaxed mind.

E’ già molto facile rimuovere valore da un progetto su cui stiamo lavorando in condizioni normali – per esempio introducendo debito tecnico, ma se siamo stanchi allora il problema diventa accorgersi che stiamo rimuovendo valore. E allora diventa anche interesse del datore di lavoro quello di garantire la sostenibilità ad libitum del proprio processo di sviluppo. Perché

  1. Suo interesse è poter pianificare e per pianificare c’è bisogno di affidabilità.
  2. Suo interesse è consegnare valore una volta per tutte, user story dopo user story, senza doverci ritornare per qualche disattenzione.
  3. Suo interesse è preservare l’integrità del team nel tempo, considerato il valore inestimabile che la seniority ha nel nostro mercato.

Certo, se poi il meccanismo in cui si incappa è banalmente quello di accettare stipendi di qualche punto percentuale sopra la media per lavorare il doppio 30% in più del tempo, allora siamo di fronte ad una raffinata truffa e l’interesse nel lavoro sostenibile diventa tutto dello sviluppatore. Ma a giudicare dalla salubrità del mondo IT in Italia e in Europa, sembra proprio che certe catene siano ancora invisibili agli occhi degli incatenati.

February 18 2011 03:29 am | Le pratiche XP

6 Responses to “Lavoro sostenibile. Indefinitamente.”

  1. odino on 18 Feb 2011 at 10:13 #

    Rivedrei la riflessione finale: dubito che ci possa essere in giro qualche essere senziente che lavori *il doppio del tempo* ( quindi sedici ore al giorno ) per trecento euro in piu al mese :)

  2. odino on 18 Feb 2011 at 10:20 #

    Anzi vah, per essere piu’ prolissi: il problema piu’ grosso e’ quando il contratto di lavoro non ti lega come dipendente, perche’ almeno in quel caso tutti gli straordinari sarebbero controllati.

    A progetto, a partita IVA, bisogna mettere in conto che statisticamente vedrai delle ore extra che non rientreranno in cassa.
    Questo, poi, *non* e’ vero se sai importi, cosa che ai meno sbarbati riesce bene.

    Per il discorso delle ore in piu VS soldi in piu’: beh, e’ un vincolo alla base degli accordi quadri e delle posizioni dirigenziali; non so ancora se vedere bene o male questa traslazione a piu’ basso livello.

  3. Jacopo Romei on 18 Feb 2011 at 11:12 #

    Quello che è importante, al di là delle giuste considerazioni sull’esperienza che fai, è che al momento è il management o la committenza che non hanno chiaro che spingere sugli orari di lavoro con un approccio *quantitativo* piuttosto che *qualitativo* ha poi dei riflessi nuovamente quantitativi: ROI più basso. Un po’ come dire che se spremi la gente 12-13, ma anche solo 10 ore al giorno *tutti* i giorni, il minimo che puoi aspettarti è che il codice sia cattivo e, facilmente, dannoso.

    E questo è il cuore del mio post.

    La riflessione finale ha a che fare con gli sviluppatori che finiscono per essere complici di questo meccanismo, preda della subottimizzazione: per guadagnare qualcosa di più sul breve, si ottiene meno sul medio termine: business meno redditizi globalmente, cazziatoni per codice di cattiva qualità e, ultimo ma non ultimo, minore redditività per ora lavorata, inopinabilmente.

  4. odino on 18 Feb 2011 at 11:19 #

    Senza dubbio.

    Credo – *spero* – che sia sotto gli occhi di tutti…

  5. Cristiano Rastelli on 18 Feb 2011 at 15:20 #

    Parzialmente off-topic, ma per chi come me è “a partita IVA” esiste anche il fattore quel-fisco-vampiro-dello-stato-italiano che obbliga, se si vuole arrivare a fine anno a lavorare quasi/almeno il doppio, o altrimenti “non ci si sta dentro”. Quindi c’è una condizione al contorno esogena.

    C’è poi la più pericolosa, quella endogena: “ma come faccio a dire di no a questo progetto/cliente, è una figata pazzesca/sono un sacco di soldi”… ma qui si apre un discorso che non si risolve in un semplice thread, perché va a toccare anche aspetti di workaholism, vanità personale/professionale, illusione del potercela fare, ecc. ecc. Ma hei, ragazzi, sapete tutti quello di cui sto parlando, giusto? :-)

    PS: faccio outing. Mentre sto scrivendo questo post, il mio corpo mi sta dicendo “ma quanto stanco sei, riposati, fermati!!” perché ho finito ieri notte tardi, stamattina ho consegnato una prima parte di un nuovo progetto, adesso mi butto sulle slide che dovrò presentare domani, ben sapendo che domani dovò svegliarmi presto, tre clienti diversi mi hanno chiesto nuove cose per la settimana prossima, ecc.

  6. Tweets that mention Lavoro sostenibile. Indefinitamente. | Sviluppo Agile -- Topsy.com on 18 Feb 2011 at 15:37 #

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