Italian Agile Day 2009: un successo

Ieri Italian Agile Day 2009. Grande affluenza, grande curiosità . Alle domande “chi usa qualche metodo agile?” poste al pubblico fra un talk e l’altro le mani alzate sono ancora poche, pochissime, ma l’alta partecipazione di ieri è un segnale di tendenza favorevole. E va bene così.

Della mia giornata – che lascia ancora una volta frustrato il desiderio di ubiquità – questi sono stati i momenti decisivi.

  • Il talk di Alberto Brandolini è stato la solita conferma. Lui, istrione sopraffino, è uno di quei conferenzieri che mi capita di approvare sempre nei suoi argomenti, mentre non manca mai di essere esilarante. Il suo intervento è stato piacevolmente (cito) di pancia più che di cervello e ha dato adito ad una delle discussioni più interessanti e partecipate della giornata, a valle di allusioni ai concetti di complessità accidentale, di Domain Driven Design e, ovviamente, di sviluppo agile.
  • Il mio intervento ha visto una partecipazione di pubblico al di sopra delle mie aspettative e di questo ringrazio tutti i presenti. Il tema del talk – alcuni dei miei migliori fallimenti – sembra essere stato colto nel suo intento denudante da molti. Unico rammarico il taglio dei tempi che non ha permesso lo svolgersi di una sana sessione di domande e risposte. Ad ogni modo, questa di seguito in un prossimo post la presentazione che ha accompagnato la sessione. Pubblicherò la mia presentazione non appena SlideShare la pianterà di fare problemi…
  • Durante il pranzo ottimo salmone in crosta di pane, ma vabbè… non mi dilungo :)
  • La sessione condotta da Francesco Fullo Fullone ha rappresentato un momento importante, introducendo PHP e molti strumenti a corollario nel contesto dello sviluppo agile. Un talk molto breve – 15 minuti – ma significativo. Speriamo possa contribuire a sgombrare il campo del mercato IT da alcuni pregiudizi poco produttivi.
  • Subito dopo la conclusione dell’intervento di Fullo sono corso all’ultimo atto del workshop di Matteo Vaccari e Simone Casciaroli Gabriele Lana sull’attività di coaching. Non fosse stato per il dovuto sostegno al talk di Fullo e per il mio stesso talk avrei partecipato all’intero workshop: interessantissimo e veramente denso, come al solito però manco in l’ubiquità :(
  • Ultima sessione per me quella di Cristiano Rastelli relativa ad un approccio molto sciolto ai metodi agili. Il suo è stato un intervento molto interessante, poichè lo sono in ogni disciplina tutte le argomentazioni falsificanti. Poichè nel metodo scientifico è infatti necessario affiancare ad ogni tesi una condizione di falsificabilità, trovo indispensabile esporre tutto il compendio agile a provocazioni ed investigazioni di fallimento per verificarne la robustezza. Il mio talk del resto era perfettamente in linea con questo spirito. Ho trovato però il talk di Cristiano poco generalizzabile e molto centrato su quelle che, punto su punto, si avrebbe potuto controargomentare come scelte e debolezze personali. Non che questo carattere particolare ne abbia diminuito la valenza, ma certamente a mio avviso ne ha ridimensionato la prospettiva.
  • Colpo di coda della giornata è stata l’oretta abbondante di macchina con Mirko, gentilissimo sviluppatore fiorentino che mi ha traghettato da Bologna a Firenze. Con lui è stato un piacevolissimo chiaccherare dei metodi agili e di extreme programming in particolare. Tra le pieghe dei discorsi una verità sconvolgente è arrivata – da confermare, sia ben chiaro – alle mie orecchie: in Engineering lo sviluppo di alcuni software open source sarebbe finanziato con bandi europei basati sul numero di linee di codice. What!? No, davvero? Stento a crederci, quindi vi prego qualcuno smentisca…

Davvero una giornata interessante quindi, cui spero di arrivare tra un anno con qualche sorpresa in più e – maledizione – delle vie respiratorie più adatte a parlare in pubblico! :)

Tu c’eri? Come ti è sembrato questo Italian Agile Day 2009? E tu che non c’eri, sai cosa ti sei perso?

November 21 2009 03:04 pm | Eventi

15 Responses to “Italian Agile Day 2009: un successo”

  1. Jacopo Romei on 23 Nov 2009 at 12:16 #

    Mirko mi scrive (via Facebook):

    Ciao Jacopo, come sai questa è la prima edizione dell’Italian Agile Day a cui partecipo, quindi non posso esprimermi in termini di paragone. Tuttavia, la mia impressione è stata molto positiva, poiché laddove potevo aspettarmi discussioni che lasciano un po’ il tempo che trovano e chiacchere un po’ sterili, ho invece trovato l’evento molto ben organizzato e soprattutto pregno di contenuti interessanti, più di quanto mi aspettassi.

    Alcune presentazioni,tra cui la tua, hanno fornito ottimi spunti di ordine pratico: mi ha particolarmente impressionato “Da SOAP a REST” di Paolo “Nusco” Perrotta, che ha evidenziato con semplici esempi quanto spesso ci si vada a complicare la vita quando invece la soluzione migliore è giusto a portata di mano.

    Una nota negativa che mi sento di evidenziare, di cui tuttavia l’organizzazione non ha sicuramente piena responsabilità, è che il pubblico fosse composto per la stragrande maggioranza da sviluppatori e invece fossero praticamente assenti dei project manager. Questo dislivello di proporzioni secondo me limita l’efficacia della diffusione della filosofia agile, poiché in questo modo anche se uno sviluppatore decidesse di avvicinarsici, probabilmente andando a chiedere di fare pair programming al capo progetto riceverebbe una sonora risata in faccia :)

    In ogni caso sono stato molto soddisfatto dell’evento e sono interessato a partecipare anche alle prossime edizioni. Ti ringrazio per le belle parole che hai scritto su di me, anche a me ha fatto molto piacere parlare con te e ho molto apprezzato gli ottimi consigli che mi hai dato. Ciao!

  2. Cristiano Rastelli on 23 Nov 2009 at 14:19 #

    Ciao Jacopo, grazie per la definizione di approccio sciolto (inteso come “easy”, spero!) ai metodi agili.

    Per quanto riguarda il mio intervento (che ho postato su slideshare con i commenti, così è più chiaro) ripeto è stato un intervento da “designer agile” più che da “sviluppatore agile”, da appassionato più che da praticante.
    Quello che ho voluto fare è stato “restituire” a mio modo quanto di bello e positivo ho ricevuto dalla partecipazione ai precedenti Agile Day, ovvero un sacco di spunti e domande che ti girano nella testa per giorni, e ti costringono a ragionare e a confrontarti con esse. Ecco, dai commenti post-talk che ho ricevuto, sembrerebbe che sia riuscito nel mio intento, quindi non posso che dirmi soddisfatto di questo (dell’aver suscitato dubbi, intendo: “abbi dubbi”!).

    Detto ciò, arriviamo a quanto scrivi sopra. Sicuramente in quanto ho riportato nelle slide ha a che fare con le mie debolezze e i miei errori personali. Quello che però volevo fare era anche solleticare gli “agilisti” duri e puri su un aspetto, che per me è spesso trascurato, ovvero il fatto che per chi sia avvicina ai metodi agili è un attimo scambiare “i principi” con “l’applicazione dei principi” che sono due cose ben diverse. Secondo me la comunità “agilista” dovrebbe essere più chiara su questo, dar meno per scontato che quando si parla di “cliente” quello è un archetipo, un ideale; poi l’applicazione dei principi va calata e adattata al cliente che ho di fronte, non a quello ideale, altrimenti creo una dicotomia insormontabile, che per chi non ha spalle grosse si trasforma inevitabilmente in frustrazione e insoddisfazione (da cui il mio “meno controllo/rigidità mentale, più felicità”.

    Sull’aspetto della falsificabilità, qui entra il gioco il tuo “illuminismo galileiano” che, rimanendo in tema “ansia da controllo”, mi spaventa un po’: fino a che punto le metodologie agili possono essere considerate “scientifiche”.
    Io le vedo più come principi da cui derivano metodi pratici, più che assiomi o teorie dimostrabili o falsificabili. Oppure ho capito male il tuo commento.
    In ogni caso, anche per il semplice fatto che un ruolo chiave nei metodi agili lo rivestono le persone, con le loro irrazionalità, le loro emozioni e i loro difetti, credo che i metodi agili non possano essere definiti scienza, come non lo è la psicologia, l’economia o oltre discipline simili, ma più che altro una disciplina. Non trovi?

    In ogni caso, se vuoi contro-argomentare punto su punto, ben venga! ;-)

  3. Jacopo Romei on 23 Nov 2009 at 15:22 #

    Caro Cristiano,

    il termine ’scienza’ è sempre stato stuprato nei secoli. Quando viene associata alle sole discipline ‘esatte’ è uno di quei casi, fra i più frequenti.

    Il biologo – e di fatto storico – Jared Diamond (autore di Armi, acciaio e malattie, premio Pulitzer 1998) dedica buona parte del suo libro a chiarire che, sebbene la Storia non offra occasioni di replicabilità perfetta delle condizioni, gli strumenti tipici di ‘discipline’ non esatte ma ritenute comunque scientifiche come la biologia e la medicina offrano la possibilità di un approccio meno vago anche a settori della conoscenza tipicamente relegati alla vaghezza del discorso non empirico, non consequenzialmente argomentato sui fatti, anche sui fatti.

    Konrad Lorenz, premio Nobel 1973 per la medicina e la fisiologia, nel suo libro L’altra faccia dello specchio dedica un intero capitolo al caso di Hellen Keller dovendo preoccuparsi di premettere che l’unicità del caso non dovrebbe pregiudicare la possibilità di trarne conclusioni – fin dove possibile – sulla realtà delle cose.

    Il succo del mio maldestro tentativo di risponderti, Cristiano, è che chiunque creda che ’scientifico’ sia un attributo assegnabile alla sola ricerca nel dominio dell’esatto sbaglia di grosso. ‘Scientifico’ significa solo due cose: a) ipotizzare come possano funzionare le cose del mondo (biologico, storico, sociale, matematico, neurale, metallurgico, che differenza fa? Sempre Universo l’è!) e b) tentare di smentirsi – non di confermarsi!

    Tentare di smentirsi.

    Per questo ritengo il tuo talk perfettamente corretto dal punto di vista scientifico, propriamente detto. Per questo venerdì scorso ho portato con me un talk di tipo ‘negativo’. Perché un sano empirismo, che osservi se le cose che si sanno bastino o vadano integrate per modellare adeguatamente la realtà, è costituente essenziale del metodo scientifico. L’empirismo sì. La rinuncia alla fuzzyness della realtà no. E il peggior pericolo – ‘uno dei’ va’… – che sta correndo il mondo occidentale oggi è la sottile confusione ospitata dal senso comune che vuole la scienza non quella meta-disciplina che si pone il problema di spiegare come funzionano le cose, ma come il criterio per decidere se le cose che osserviamo siano vere o no!

    Proprio a valle di questo pericolo – diciamolo – sociale, il tuo talk ha corso un solo grande rischio, a mio avviso, proprio verso le persone che potrebbero non avere ’spalle grosse’ a sufficienza e che potrebbero pensare troppo presto che se certe cose non hanno funzionato per te potrebbero non essere valide in generale. Un po’ come un talk intitolato “Fumare a me non ha mai causato il cancro”, fatto che sarebbe scientificamente plausibilissimo, come è però altrettanto scientificamente garantita l’incidenza del cancro ai polmoni fra i fumatori! Sarebbe un talk legittimo, certo, ma, in senso sociale, non porrei l’accento su questa verità particolare ma lo porrei sulla campagna anti fumo!

    La complessità può essere gestita in modo scientifico e la cosa bella è che spesso quella gestione teorizza il rilassamento delle regole a favore di un controllo più debole ma più profondo dei sistemi. Proprio come dici tu! Il libro di Gandolfi Formicai, imperi, cervelli è un’ottima introduzione alla – guarda un po’ – Scienza della Complessità e anche io in passato avevo scritto dei post su questo tema. Anzi, ironia della sorte, avevo proposto un secondo talk per lo IAD09 proprio su questo tema, come puoi forse sapere già poichè facente parte del gruppo dei relatori.

    OK quindi a un minor controllo su eventi e sistemi troppo complessi per essere controllati in senso deterministico, ‘classico’. Ma assolutamente bisogna fare attenzione a pensare che un approccio olistico a certe complessità non sia possibile o perlomeno auspicabile e che, meno che mai, questa pretesa non sia correttamente scientifica solo perché fuzzy. Il mio tentativo ogni giorno è quello di adottare questo approccio scientifico e olistico, empirico e sistemico. Senza false esattezze. Trattando con clienti veri.

    Ciao Cristiano!

  4. Marlenek on 23 Nov 2009 at 15:38 #

    Ciao Jacopo,
    io ho trovato l’AD molto interessante, il giusto mix tra tecnicaglie e metodo. E mi è molto piaciuto il tema e lo stile del tuo talk, complimenti. :-) Personalmente mi sento di suggerire, ipotizzando la presenza di molti novelli dell’agile, come me, di inserire a livello organizzativo alcuni “percorsi”. Mi sono segnato molti spunti che ora dovrò pian piano approfondire, ma ho sentito la mancanza di un talk “for dummies”, per capirci. Grazie

  5. Jacopo Romei on 23 Nov 2009 at 15:49 #

    Grazie Daniele, effettivamente un canale introduttivo potrebbe essere utile. Io rilancio e ho anche pensato ad un canale dedicato ai manager…

  6. Cristiano Rastelli on 23 Nov 2009 at 16:22 #

    OK, ho capito cosa intendi e concordo pienamente.
    Rimanendo sul tema del mio intervento, esso non voleva dire “lasciate perdere le metodologie agili” o prendetele un po’ come vi pare (il concetto di toolbox poteva essere equivocato, in tal senso). Anzi! Per me hanno funzionato benissimo!
    Solo, volevo che si capisse che esse sono qualcosa che riguarda innanzitutto noi stessi (una attitudine mentale) e solo “opzionalmente” gli altri. Tutto qui.

    PS: complimenti per il tuo eclettismo (ho visto il gruppo “a cappella”, wow!).

  7. Jacopo Romei on 23 Nov 2009 at 16:35 #

    Cristiano, il messaggio è stra-corretto. E continuo a legarlo a quello del mio talk, a suo modo ‘perpendicolare’ al tuo, in cui dicevo “che esse sono qualcosa che riguarda innanzitutto” i valori “(una attitudine mentale) e solo “opzionalmente” ” le pratiche.

  8. Cristiano Rastelli on 23 Nov 2009 at 18:33 #

    Ok, detto ciò, visto che siamo d’accordo su tutto, a quando un po’ di sana polemica? ;-)

  9. Jacopo Romei on 25 Nov 2009 at 16:36 #

    Dovesse servire… ;) Ma per ora mi limito a segnalare questo post di amici… umanisti:
    http://intersettiva.it/2009/11/25/certificato-di-scientificita-richiedesi/

  10. Lyndon on 25 Nov 2009 at 22:34 #

    Ciao, sono uno degli amici umanisti di Jacopo.
    Prima di tutto ringrazio calorosamente il padrone di casa per la citazione. Quanto all’interessante dibattito epistemologico, lascio un contributo di carattere generale, non avendo sentito parlare di metodo agile se non da poco.
    Dunque, vorrei ricordare che purtroppo dietro l’utilizzo dell’aggettivo “galileiano” si celano insidie ragguardevoli e pericolose per ogni pensiero libero e critico. Per intenderci, ho sentito esponenti del mondo scientifico – magari di dubbio gusto ma comunque appartenenti alla scienza – bollare la teoria dell’evoluzione di Darwin come qualcosa che non sta nella scienza perché non si attiene ai criteri della scienza galileiana. Ora, uno di questi criteri, oltra alla determinatezza delle conoscenze acquisite, è la riproducibilità dell’esperimento, cioè la capacità dell’osservatore di tenere sotto controllo – in laboratorio – tutti i fattori variabili che costituiscono il fenomeno da spiegare. Necessariamente la biologia non può fare esperimenti galileiani per il semplice motivo che la freccia del tempo è irreversibile e che gli esseri viventi non sono propriamente dei corpi simili a quelli sublimati del mondo-biliardo della fisica classica e attaccarla da questo punto di vista è quanto meno da grandissimi figli di puttana – passatemela ma su queste cose m’incazzo facile. Ma visto che sarebbe disonensto, unfair, appellarsi esclusivamente alla natura dell’oggetto di studio dell’evoluzione – la storia naturale – aggiunngo che la stessa obiezione di antigalileianità – ma che ho scritto! – potrebbe essere mossa contro la fisica stessa, cioè a una delle sue declinazioni più potenti: la fisica dei quanti.
    Sotto la costante di Plank – un valore al di sotto del quale si entra nel mondo del particelle elementari abbandonando quello “a forma di biliardo” della fisica classica – le particelle si comportano in modi letteralmente paradossali – cioè guarda un po’ non come delle palle da biliardo. Ad esempio non possiamo conoscere contemporaneamente con precisione velocità e posizione di un elettrone. L’osservatore – uomo o macchina che sia – prima di osservare non ha una realtà determinata da predire ma una possibilità – funzione d’onda o matrice, ma qui mi fermo ché per un umanista come me questi sono solo puri e bellissimi nomi. Quindi è l’osservatore che realizza l’oggetto osservato, non so se mi spiego.
    Il punto è che anche in fisica un’osservazione sperimentale del genere – le prime le fecero con la camera a nebbia – non sarà mai uguale a nessun’altra se non a se stessa e addio riproducibilità.
    Il fatto è che, in realtà, si tenta di usare Galilei per difendere ciò per cui Galilei stesso ha rischiato il suo nome, la sua dignità di studioso e sopratutto di essere umano – altri hanno perso la vita. Quando si dice che qualcosa di non determinato, predicibile con precisione non è scienza, lo si dice solo perché si ha paura della natura rivoluzionaria e anarchica della curiosità scientifica. La teoria dell’evoluzione o i paradossi quantistici fanno a pieno titolo parte di questo nucleo anarchico, cioè dell’anima più vera della scienza: la sua connaturata lotta all’autorità imposta dall’ipse dixit e l’inevitabile predilizione per l’autorità condivisa e condivisibile.
    L’unica precisione e riproducibilità che la scienza impone a chi la pratica e l’ama è quella della disciplina del pensiero critico, l’onestà intellettuale di non fare inganni col linguaggio prima che con i fatti.

  11. Cristiano Rastelli on 26 Nov 2009 at 20:56 #

    Evvai di polemica! ( Just kidding… :-) )

    Non potendo inerpicarmi su discorsi epistemologici, non ne sono in grado, sono uomo della strada, tengo solo a sottolineare come il rischio oggi sia il passaggio da scienza a scientismo (con il pericolo delle aberrazioni che tutti gli “ismi” portano con sè). Poiché non abbiamo più certezze, nè regole nè tabù nè ideologie, lasciamo pian piano che sia la scienza, in quanto “omnisciente” e infallibile, a decidere per noi. Su tutto e di tutto. Anche ciò che è vita e morte. Anche ciò che è lecito o illecito. Anche ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.

    Senza appunto tenere conto che la scienza è fatta comunque da uomini, con le loro passioni ma anche i loro difetti e le loro debolezze, con la loro intelligenza ma anche con i loro errori e le loro presunzioni. La scienza è fatta da uomini e di uomini. Non può avere un valore assoluto.

    Oggi l’homo scientificus è pieno di certezze. Sono proprio queste “certezze” indiscutibili della scienza a spaventarmi. Proprio come eravamo certi che la terra fosse piatta e le stelle appese al cielo, oggi siamo certi che il clima cambi perché l’uomo emette CO2 (poi saltan fuori gli email riservate tra ricercatori come in questi giorni, e vedi dove va a finire il metodo scientifico e la condivisione della conoscenza); siamo certi che l’universo sia come ce l’hanno sempre descritto, nato con un bel big-bang e in espansione, poi peccato che candidatemente si ammetta di non conoscere per il 96% di che materia sia fatto (e allora che cosa sappiamo? che razza di teoria è una teoria che spiega solo il 4% delle nostre osservazioni?); siamo certi che il Darwinismo spieghi come e perché è nata e si è evoluta la vita, poi però non è in grado di spiegare i meccanismi alla base di una cellula.

    Ecco, una scienza troppo sicura di sè a me fa paura.

    PS: ci metto anche il carico, così mi prendete per pazzo e mi togliete il saluto, e la facciamo finita: sul mio comodino in questo momento ci sono questi due libri, che sto leggendo con una certa curiosità:
    http://www.hoepli.it/libro/seeing-red.asp?ib=9788816408753
    http://www.hoepli.it/libro/la-scatola-nera-di-darwin-la-sfida-biochimica-all-evoluzione.asp?ib=9788888747705

  12. Lyndon on 27 Nov 2009 at 10:32 #

    Di solito quando accade a un uomo di perdere le proprie certezze, le proprie ideologie, di non avere più né regole né tabù quel qualcosa di onniscente, infallibile, presuntuosamente e assolutamente sicuro di sé non è la scienza è la religione, impresa umana molto più potente e invadente.
    Anche io ho paura quando la conoscenza viene imposta da un’autorità inappellabile e indiscutibile, ammetto pure che il racconto della scienza che giunge nella maggior parte dei casi agli uomini possa far sembrare un “ismo” anche un’impresa umana come la scienza che al contrario, come ho detto, è la nemesi di ogni autorità che si ponga come assoluta.
    Se si scambiano scienziati per chierici e si critica una teoria scientifica perché sembra la Verità assoluta non si sta criticando la scienza si sta giocando con il linguaggio. E’ come se ce la prendesssimo con i calciatori se parte di loro iniziasse a giocare con le mani pur presentandosi come calciatori. Il problema non è del calcio ma è nell’uso ingannevole che si fa di esso.
    L’universo può non espandersi, la terra può non essere ferma, l’evoluzione può avere problemi in biochimica, il tempo e lo spazio possono non essere più dei contenitori assoluti, ciò non vuol dire che la scienza sia meno scienza al contrario è in questo che manifesta se stessa. Quando non lo fa semplicemente non è scienza. E’ un ibrido e la responsabilità è tutta di chi la ibrida.

    P.S. Mi permetto di consigliare un altro volume da affiancare a quelli del comodino: Paul K. Feyerabend, “Contro il metodo”, Feltrinelli.
    http://www.emsf.rai.it/aforismi/aforismi.asp?d=72

  13. Cristiano Rastelli on 27 Nov 2009 at 11:39 #

    @Lyndon: concordo con te. E il libro me lo sono segnato ;-)

  14. Lyndon on 27 Nov 2009 at 23:49 #

    Vedrai, Cristiano, che il buon vecchio Feyerabend ti darà parecchie soddisfazioni!

  15. Growing agilists « Software Engineering Slave on 29 Nov 2009 at 22:43 #

    [...] Jacopo Romei (in italian) [...]

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