Inventato il martello (agile), tutto diventa un chiodo (waterfall)

Mi sono imbattuto poco fa in questo interessante post di Robert ‘Uncle Bob’ Martin a proposito dell’impoverimento del termine “agile” nell’industria del software. Meglio ancora, l’articolo parla della sovrageneralizzazione di termini il cui significato è invece limitato, per quanto profondo, per quanto vasto, e al tipico sfruttamento pubblicitario che ne consegue. È ovvio – considerato l’autore del post – che il nucleo di questa argomentazione sia posto sull’attributo agile, particolarmente discusso, celebrato o condannato in questi ultimi anni.

L’argomentazione di Martin parte da considerazioni sulla metafisica aristotelica per giungere a dichiarazioni concrete e molto chiare. I riferimenti alla storia della filosofia, devo ammettere, mi permettono di togliermi qualche soddisfazione: se anche luminari indiscussi del software internazionale come Martin li usano, allora io non devo aver fatto troppo male in passato! :) Scherzi a parte, il passaggio che mi è piaciuto di più è questo

The danger is clear. The word “agile” will become meaningless. It will be hijacked by loads of marketers and consultants to mean whatever they want it to mean. It will be used in company names, and product names, and project names, and any other name in order to lend credibility to that name. In the end it will mean as much as Structured, Modular, or Object.

Io ho smesso di usare la parola agile da qualche tempo. I miei ultimi clienti – perfino quelli che mi contattano perché non vedono l’ora di entrare nel mondo dei metodi agili – non mi sentono più pronunciarla. Combatto una lotta linguistica quotidiana per formulare concetti e frasi che aggirino queste 5 lettere in successione: a, g, i, l, ed e. Sono talmente preso da questa decisione ellittica da nutrire ormai forti dubbi anche sul nome di questo blog.

Perché questa avversione? Perché così all’improvviso? Per diversi motivi.

  1. Una parola, usata depauperata del suo significato più denso, è come un magazzino pieno di componenti non usate, come un set di user story iniziate e non completate: è, in sostanza, una forma di waste. Trovo sia più importante per un team mettersi in marcia concretamente verso l’agilità che fregiarsi di tale caratteristica.
  2. Persone che in buona o cattiva fede per motivi più o meno legati al marketing si vendono come agilisti e attribuiscono (anche) a passate collaborazioni con me la loro agilità mi danneggiano. Questo danno è vero qualunque sia il grado di evangelizzazione io abbia volontariamente apportato, questo danno è vero quantunque io abbia potuto ritenermi anche solo in grado di evangelizzare. E questo mi porta diritto al terzo punto.
  3. Io sono agile? Io posso davvero ritenermi arrivato ad un punto degno di tale fatidico attributo? Domanda difficile da esaurire con una risposta netta e sai perché? Perché l’agilità non è un valore assoluto e con questo non intendo affatto abbandonarmi al più facile dei relativismi. Intendo invece stabilire una natura relativa a priori dell’attributo di agilità: come la sicurezza è definita solo in termini di “fare A è più sicuro che fare B” e non certo di “fare A è sicurissimo”, così l’agilità è definibile in termini di “fare X è più robusto rispetto al bisogno di produttività in un contesto mutevole rispetto a fare Y” ma non certo di “facciamo così, facciamo così tutti e facciamolo sempre perché funzionerà ovunque”!

Qualcuno diceva riguardo l’abuso di cose e concetti:

Inventato il martello, tutto diventa un chiodo

Ecco, io vorrei fare l’uso migliore del mio martello, ma solo sui chiodi.

I processi agili sono il mio mezzo, chiunque mai li chiamerà come vorrà. Cercare di essere produttivi nel mondo reale, questo è il mio unico obiettivo.

February 27 2010 04:15 pm | Base

4 Responses to “Inventato il martello (agile), tutto diventa un chiodo (waterfall)”

  1. eugenio p on 03 Mar 2010 at 21:15 #

    Questo discorso spalanca un problema che sarebbe bello riguardasse solamente alcune pratiche di sviluppo software.

    Per rimanere a temi di attualità, la pratica di chiamare come “di pace” certe missioni che sono l’esatto contrario, non finisce per inghiottire il concetto di pace stesso in un vortice in cui tutto è uguale a tutto il resto?

    Essere privati delle parole equivale ad essere privati degli strumenti che rendono possibile l’analisi e il ragionamento.

    Purtroppo (o per fortuna) la svalutazione del linguaggio e delle singole parole è tema sofferto e dibattuto in molti campi, e visto che su questo spazio – per fortuna – si può citare anche un po’di filosofia, aggiungo che tutto il postmodernismo è stato attraversato da (spesso amare) riflessioni su questi aspetti (Lyotard, Jameson, Eco, Deleuze, Foucault, Auster).

    La soluzione di rinunciare alla parola però personalmente non mi garba troppo. Sostituire una parola con un’altra ti lascerà il problema intatto al prossimo cambio di moda markettara. Rinunciare del tutto alla parola rende il concetto cui si riferisce “orfano”: non avendo un nome proprio rischia di dileguarsi nel grande caos del mondo e dell’agire umano.

    Se è vero che il sapere è sempre situato in un individuo, lo è anche la singola parola enunciata. Allora il senso alla parola lo dà chi la enuncia, chiarendolo o ribadendolo all’interlocutore se necessario. Chi usa la parola a sproposito genera rumore nell’ermeneutica della parola stessa, ok, ma è assumendosi la responsabilità di ristabilire ogni volta chiarezza che si coltiva un concetto e la parola che ad esso viene associata.

    Inoltre se quella parola come osservi nel punto 3 non è un concetto granitico, ma un esercizio e una riflessione continui, quello che gli rimane in mano a chi si riempie la bocca della parola “agile” (oddio l’ho detta) è la solita fuffa che fa girare il mondo, non ci si può fare molto temo; Allora perché rinunciare ad una bella parola.

    No?

  2. Jacopo Romei on 05 Mar 2010 at 12:34 #

    Oh… stavo per cambiare nome del blog e dominio ma… m’hai convinto a non farlo più! ;)

    Grazie per il regalo di un commento tanto articolato, grazie davvero. Ti tranquillizzo: la mia è una ritirata strategica. In quanto tale, è una forma di attacco.

  3. eugenio p on 08 Mar 2010 at 09:46 #

    hehe, lo sospettavo ;)

    grazie a te per l’/gli alrticolo/i

  4. Agile è… non dire mai “ci pensi tu” | Sviluppo Agile on 21 Dec 2010 at 04:01 #

    [...] questi diluitori di significato, ricordo che da queste parti si predilige la collaborazione col cliente piuttosto che stare lì ad [...]

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